Cambiando le sue istruzioni dopo ogni errore, e mettendo quattro freni a quel cambiamento. Senza freni l'agente impara i casi che l'hanno fatto sbagliare e resta fermo su quelli nuovi: in uno studio di Google Research pubblicato il 21 settembre 2026, l'evoluzione senza freni otteneva il punteggio più alto sui compiti di prova e appena 0,6 punti in più su quelli mai visti. Con i freni il guadagno sui compiti nuovi è salito a 3,9 punti, con il 36% di token in meno. I quattro freni: ogni modifica deve valere su un caso mai visto, deve superare la variabilità normale del sistema, deve ripagare il costo che aggiunge, e ciò che smette di servire si toglie.
Chi vende agenti AI promette spesso che «imparano dall'uso». È vero in un senso preciso: dopo un errore qualcuno, una persona o un altro programma, cambia le istruzioni che l'agente segue. La domanda che conta è cosa finisce in quelle istruzioni.
Cosa impara un agente quando nessuno lo frena?
Lo studio si chiama RRSI ed è firmato da Google Cloud AI Research con la University of North Carolina, Stanford e la Washington University. Un modello ha riscritto le istruzioni di un agente giro dopo giro, sulla base dei suoi errori su 120 compiti professionali fatti di documenti, e alla fine l'agente è stato messo alla prova su compiti che non aveva mai visto.
Senza freni l'agente arrivava a 92,8 punti sui compiti su cui era stato corretto e a 40,3 su quelli nuovi, partendo da 39,7. Aveva imparato le risposte dei casi di prova. Nel frattempo era diventato più costoso: 3,8 milioni di token per compito, contro gli 1,56 di partenza.
Gli autori indicano tre cause, e le ho riconosciute tutte nel mio lavoro: la modifica che si porta dietro i dettagli del caso, il miglioramento misurato una volta sola che era soltanto fortuna, e le istruzioni che crescono senza che nessuno tolga niente.
Succede anche quando le istruzioni le corregge una persona?
Sì. Io lavoro così da mesi, senza automatismi: ogni errore di un agente diventa una regola scritta nelle sue istruzioni. È un buon metodo, e ha lo stesso difetto. La regola nasce con la data, il nome e l'importo del caso che l'ha prodotta, e sul caso successivo, che ha un altro nome e un altro importo, resta muta.
Il mio assistente personale ha una funzione di revisione automatica: a fine conversazione rilegge il lavoro fatto e salva come istruzione quello che ritiene utile per le volte successive. In un mese ha salvato 21 note, e 13 erano il resoconto di una sola giornata, con le date e le cifre di quel giorno: un giorno di lavoro archiviato come regola. A fine settembre ho bloccato le scritture automatiche su quella parte delle istruzioni, e ogni lunedì un controllo elenca cosa la revisione ha scritto nel resto.
Quali sono i quattro freni?
- La modifica deve valere su un caso mai visto. Prima di provarla si rilegge con una domanda: avrebbe senso su una richiesta dello stesso tipo, arrivata da un'altra persona su un'altra pratica? Date, nomi e importi del caso si tolgono.
- Il miglioramento deve superare la variabilità normale. Lo stesso agente, messo alla prova due volte senza cambiare niente, dà risultati diversi. Quella differenza si misura prima, e un miglioramento più piccolo si considera fortuna.
- Il costo in più va ripagato. Ogni istruzione aggiunta allunga il testo che l'agente legge a ogni richiesta. Una modifica che costa di più deve rendere di più, in proporzione.
- Ciò che smette di lavorare si toglie. Una regola che per mesi non ha cambiato nessuna risposta si archivia. Le regole di sicurezza restano sempre: il loro lavoro è stare lì il giorno che servono.
Con questi freni, nello studio, il guadagno sui compiti nuovi è salito a 3,9 punti e il costo è sceso a 2,4 milioni di token per compito. Dei cinque metodi confrontati, è l'unico che sui compiti nuovi ha superato il punto di partenza di più di un punto.
Una carpenteria metallica che lavora per commessa. Le istruzioni del suo agente erano cresciute incidente dopo incidente. A settembre le ho riscritte più corte e, prima di metterle in uso, le ho provate 136 volte su scenari presi dal lavoro reale, con i programmi veri e dati inventati. La versione nuova ha passato 433 verifiche su 467, quella in uso 425, con il 7% di consumo in meno.
Le prove hanno trovato anche un errore che la versione nuova aveva introdotto: in 6 prove su 8 proponeva un totale di contratto ricavato per proporzione, quando doveva chiederlo a chi il contratto ce l'ha. Corretto prima del rilascio, e zero casi su 16 nelle prove successive.
Nella stessa azienda, a fine settembre, sono state scartate due regole per l'agente che tiene il giornale di cantiere. La prima attribuiva una nota a una commessa solo se il messaggio la nominava con le stesse parole. Superava i test scritti a mano; messa alla prova sullo storico, cioè facendo ripassare all'agente 227 messaggi veri già registrati, per evitare un'attribuzione sbagliata ne perdeva 20 giuste. La seconda univa le note brevi a quella precedente. Nelle prove l'agente ne ha ricavato una scorciatoia, «due note scritte di seguito riguardano la stessa commessa», e aumentavano le note attribuite a una commessa che il messaggio non nominava.
Un agente che migliora deve poter dimostrare di aver imparato la regola, su casi che non conosceva.
Cosa chiedere a chi promette un agente che migliora da solo?
- Su quali casi misurate il miglioramento? Se sono gli stessi da cui l'agente ha imparato, la misura dice solo che li ricorda.
- Quante volte avete ripetuto la prova? Una prova sola confonde un miglioramento con una giornata fortunata.
- Cosa avete tolto nell'ultimo mese? Un sistema che aggiunge e basta diventa più lento e più caro, e prima o poi si contraddice.
Per ogni agente tengo un registro delle modifiche alle sue istruzioni: cosa è cambiato, perché, con quale misura, e cosa è stato respinto. A me serve per non riprovare ciò che ha già fallito. All'azienda serve per sapere chi ha deciso ogni regola che il sistema applica.
Se un agente lo avete già, una domanda da farsi oggi: l'ultima correzione alle sue istruzioni ha migliorato qualcosa oltre il caso che l'ha fatta nascere?